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Spegnere l'inferno, bruciare il paradiso

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La complessità del male.

L'argomento è stimolante, nonché generalmente molto sentito; ci pone a diretto confronto con il tema della sofferenza nell'esperienza della vita. Chi non ha sentito dire o pensato nella propria esistenza, almeno una volta, "Perché Dio lo permette?"

La vita, intendendo con ciò la nostra esperienza terrena nella terza dimensione, è confinata in una prospettiva rigorosamente duale, dove ogni cosa esiste ed è necessariamente definita dall'esistenza del suo opposto; l'alto non ha senso se non esiste un basso, la luce non è comprensibile se non posta a confronto con le tenebre, come splendidamente descritto nella parabola della Candela e del Sole in Conversazioni con Dio. [1]

In tale prospettiva, il male è un fenomeno articolato e complesso; una quantità di diverse esperienze ci consegna l'apparente certezza della sua esistenza.
S'inizia dall'oggettività della malattia fisica, percepita come alterazione del suo opposto, cioè lo stato di salute, per muovere alla sofferenza d'ordine emotivo o mentale che consegna sentimenti ed emozioni chiaramente vissuti come "negativi". Si giunge quindi a fenomeni come la devianza psichica che, con altrettanta vividezza, paiono essere la negazione della stessa natura umana e, pertanto, palesemente negativi (nel senso che sono la negazione di quella natura, percepita come un valore positivo).
Con un processo di oggettivazione, necessario alla visione dualistica ed al conseguente modo di procedere dell'intelletto umano, il "male" è anche giunto ad essere personificato nella figura del demonio.

Uno sguardo ai cinque sentimenti di base (Rabbia, Tristezza, Paura, Gioia e Vergogna) secondo l'insegnamento di Amana Virani [2], ci consegna subito la sensazione che solo uno, la gioia, è effettivamente gradevole, mentre gli altri sono facilmente definiti sgraditi o indesiderabili.

In una tale visione della realtà, rigorosamente suddivisa in bello e brutto, bene e male, luce e tenebre, siamo inesorabilmente condannati a fuggire tutto ciò che reputiamo negativo ed inseguire tutto ciò che, invece consideriamo positivo e desiderabile, in una corsa che si rivela tanto faticosa quanto inutile, giacché il male è sempre lì, pronto a farci visita.
Molti percorsi di crescita personale e di sviluppo della consapevolezza orientano le persone alla ricerca ed all'esaltazione del bello, del positivo, dell'amore, negando implicitamente il suo opposto; in tal modo finiscono per confermare e consolidare la visione dualistica. L'evidenza dell'impossibilità di ignorare l'altro estremo, l'indesiderabile che immancabilmente torna a manifestarsi, spinge infine verso una versione più sofisticata dello stesso intento, approdando al concetto di trasformazione, secondo il quale le energie negative possono essere, finalmente, trasformate in positive. Si tratta solo d'illusioni! La realtà è composta di bene e male, così come di luce ed ombra; se si vuole vivere nella realtà, questo è ciò che È, non v'è modo di cambiarlo ed ogni tentativo in tal senso è destinato a fallire.


Eppure, esiste una possibile differente prospettiva della realtà.
Chiunque, quando va dal panettiere o acquista il giornale e paga con una moneta, senza alcun dubbio "sa" che si tratta di una moneta, nemmeno ritiene possibile saldare il conto con una sola faccia della moneta stessa.
Questo paradosso è solo apparente; in verità, è esattamente come stanno le cose. La domanda è dunque semplice: perché è così chiaro, quando si tratta delle due facce di una moneta, mentre è così difficile da comprendere ed accettare quando si tratta della realtà, delle due facce della vita?

Si narra che Rabi'a, un'eminente Sufi irachena, fu vista un giorno nel suo villaggio che correva con un secchio d'acqua in una mano ed una fiaccola nell'altra; quando le chiesero dove andasse e cosa facesse, rispose: "con il secchio voglio spegnere l'inferno, con la fiaccola bruciare il paradiso, questi due nulla che ci separano dall'assoluto", intendendo con assoluto ovviamente Dio.

Jalal ‘uddin Rumi, un altro importante maestro Sufi (il fondatore dei Mevlevi o dervisci rotanti), tra altre innumerevoli opere, ha scritto un compendio di dialoghi tra maestro e discepoli, intriso di profondi insegnamenti. Il titolo dell'opera, erroneamente reso nella traduzione italiana [3] con "l'essenza del reale", è "Fihi mâ fihi", che si traduce con l'assai più pregnante "C'è quel che c'è". Questo titolo riassume tutta la visione Sufi della realtà, secondo la quale "c'è quel che c'è" significa anche "qui c'è tutto", con ciò intendendo che Dio fa bene le cose e ciò che ci ha dato è completo, perfetto così com'è. Non manca nulla affinché noi si possa capire; nostro il compito di accettare e comprendere.

Si tratta dell'opportunità di cogliere la perfezione dell'Unità attraverso ed oltre l'evidenza degli opposti.
Non è cosa nuova; l'idea compare ripetutamente nella filosofia, ad esempio nella sintesi hegeliana. Ancor prima e più profondamente, è presente in modo consistente in tutte le tradizioni mistiche. Il simbolo del Tao composto di Yin e Yang in perenne movimento e mutazione ne è una squisita sintesi, ma il medesimo concetto è costituente nell'albero sefirotico della tradizione ebraica ed è palese nella Trinità delle religioni Cristiane.

Dunque, l'argomento "la complessità del male" è forse meglio espresso con "la complessità della relazione dell'uomo con il male". Con ciò desidero sottolineare quanto il "male" sia assai meno oggettivo di quanto comunemente inteso. I parametri positivo e negativo sono alquanto soggettivi e dipendono dall'esperienza personale, unica ed irripetibile, così come dalle influenze culturali e religiose del luogo ove essa si svolge.

Anche un argomento "spinoso" come il male, infine, ci pone di fronte alla differenza tra la realtà e ciò che di essa pensiamo.
Un pensiero improntato ad una visione duale ci vede necessariamente suddividere la realtà in un estremo positivo (tutto ciò che a vario titolo è ritenuto buono, bello, desiderabile, piacevole ed é ricercato) ed un estremo negativo (tutto ciò che, per contro, è stimato cattivo, brutto, indesiderabile, spiacevole ed è sistematicamente fuggito). È utile osservare che un tale pensiero ci spinge a dividere l'intero Universo in due parti uguali ed a negare insistentemente quella ritenuta indesiderabile
Un pensiero autenticamente olistico, al contrario, induce alla visione della realtà come di una perfetta unità d'opposti, egualmente utili e necessari, in continua danza armonica che costituisce l'essenza della manifestazione della realtà stessa.

Al fine di portare un poco di chiarezza, propongo di sostituire i termini positivo e negativo con un unico termine: utilità. So che ciò provocherà molti, ma sono ben lungi dall'introdurre un criterio "utilitaristico" (che potrebbe, giustamente, suscitare reazioni d'ordine etico); intendo "utile" nel senso etimologicamente preciso della parola.
Questo pensiero può aiutare ad uscire dal vortice della percezione dualistica; moltissimi concorderanno, infatti, che spesso proprio le esperienze definite negative (e quindi indesiderabili) sono quelle che c'insegnano di più. Non è allora forse vero che anche e soprattutto quelle sono utili?
"Vedere" la realtà attraverso il pensiero utile o non-utile, consente di alleggerire il carico emotivo del giudizio positivo-negativo dell'esperienza e del relativo stress, nonché di avviarsi ad una comprensione migliore della realtà stessa, sentiero preferenziale per l'autentica accettazione ed infine per la consapevolezza.
In ultima analisi, significa uscire dal giudizio della mente ed entrare in autentico contatto con la realtà stessa, compresa l'idea del male.
Io penso alla realtà di questa esperienza incarnata come ad un luogo ove mi è consentito sperimentare proprio ciò che mi occorre per evolvere. Uno studente universitario prepara il proprio piano di studi scegliendo quali materie ed esami inserirvi, salvo poi imprecare quando si trova a tentare per la seconda o la terza volta un esame particolarmente difficile; nondimeno, quell'esame gli è utile quanto gli altri al fine della laurea e della preparazione professionale che ha scelto.
Ciò consente d'introdurre un'altra utile considerazione. Molti saranno concordi nell'osservare che talune esperienze ritornano più volte nella vita, finché non se ne sia colto il senso, finché non si è "imparata la lezione"; quando finalmente la lezione è appresa, come d'incanto quell'esperienza non si propone più, lasciando spazio al nuovo.
La visione dualistica positivo - negativo (o, se si preferisce, bene - male) è precisamente ciò che suscita in noi la sofferenza ed il rifiuto di quell'esperienza che, pur poco piacevole, è certamente utile alla nostra evoluzione, alla comprensione di CHI sono e cosa voglio essere (non è forse questo il senso dell'essere qui?). Per contro, una visione utile - non utile agevola grandemente l'accoglimento d'ogni esperienza, tanto di quelle facili e piacevoli quanto di quelle difficili e spiacevoli, proprio perché tutte sono, infine, motivo di comprensione e consapevolezza.

Anche i cinque sentimenti di base (Rabbia, Tristezza, Paura, Gioia e Vergogna), nell'ottica del utile - non utile, assumono un significato del tutto nuovo. La paura, ad esempio, è un sentimento disprezzato e temuto; eppure, che ne sarebbe di noi, nell'incontro con un leone nella savana, senza la paura? Finiremmo per fargli le carezze come ad un gattino, perché abbiamo scelto la sola gioia? Credo che finirebbe in un grande ... gnamm!
Lo stesso vale per la Rabbia, la Tristezza e la Vergogna; quando accettati e non repressi, questi sentimenti sono utili, anzi essenziali per affrontare specifiche situazioni della vita. Secondo l'insegnamento di Amana Virani [2], questi sentimenti sono, ciascuno, uno specifico potere che ci occorre per la realizzazione nella vita. Quando sono rifiutati e repressi, proprio in ragione del nostro potente preconcetto, mancano di offrirci il loro sostegno quando necessari e, accumulati, finiscono per esprimersi nella loro versione distorta ed eccessiva al minimo pretesto.

Invocando la luce, evochiamo inesorabilmente anche le tenebre; giungono insieme, come una perfetta coppia duale, ed è bene che sia così.

Fuggire le tenebre per inseguire la luce è un'illusione terribilmente faticosa; ciò che ci sfianca non è il dolore, bensì la fuga da esso. Esiste una profonda differenza tra dolore e sofferenza, ma questo è materiale per un altro "incontro".

Trasformare le tenebre in luce è un'altra illusione destinata inesorabilmente a divenire una delusione e, conseguentemente, una depressione. Le tenebre sono lì, proprio come la luce; lottare per sconfiggerle si rivela un'opportunità perduta (perché hanno qualcosa da insegnarci) ed una battaglia persa (perché significa voler cambiare la struttura dell'Universo).

L'unica, autentica e profonda trasformazione cui siamo chiamati è in noi stessi, nel nostro modo di pensare e "vedere" le cose. Non è questo il motivo per cui siamo qui?

Andrea Zunino

 

Note:
1 "Conversazioni con Dio - vol.1" di Neale Donald Walsh, ed. Sperling & Kupfer, pag. 39.
2 Amana Virani, insegnante spirituale e Maestro di un lignaggio sciamanico di discendenza Maya.
3 "L'essenza del reale" Jalal ‘uddin Rumi, ed. Libreria Editrice Psiche.





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